È stata scelta la migliore canzone degli anni Sessanta, un capolavoro senza tempo

È stata scelta la migliore canzone degli anni Sessanta, un capolavoro senza tempo

Il punto non è solo chi vince, ma perché quel brano ci tocca ancora oggi, come se fosse uscito ieri.

La prima volta che l’ho riascoltata davvero era una sera di pioggia, in un bar con le luci basse e un vecchio jukebox tirato a lucido. Qualcuno ha inserito una moneta, il bicchiere ha fatto un rumore secco sul bancone, e poi quel colpo di rullante ha tagliato la stanza come una porta che si spalanca. La voce ha iniziato a graffiare storie di cadute e libertà, mentre un organo improvvisato sembrava disegnare sentieri in aria. C’è un attimo in cui capisci che non stai ascoltando solo una canzone: stai assistendo a un cambio di pelle del mondo. *Lo senti e capisci che qualcosa è cambiato.* E la domanda è semplice e gigantesca insieme.

La canzone che fa ancora tremare i polsi

La scelta ricade su **“Like a Rolling Stone”** di Bob Dylan. Uscita nel 1965, lunga quanto un brano “troppo lungo” per le radio, ha aperto una finestra e ha fatto entrare aria nuova. La si riconosce dal primo “crack” del rullante, un colpo che non perdona, e dal vortice dell’organo di Al Kooper, entrato quasi per caso e rimasto per sempre.

Ci siamo passati tutti: quel momento in cui una canzone ti prende per il bavero e ti dice “ascolta qui”. Un padre che guida all’alba e la fa sentire a sua figlia, due generazioni che si incontrano nella stessa curva del ritornello. Le classifiche storiche la mettono in cima da anni, le playlist la mantengono viva, le cuffie moderne ne svelano strati sottili che all’epoca scivolavano via.

Perché proprio questa? Perché è un ponte tra mondi: dal folk acustico alla chitarra elettrica, dalla poesia intima al graffio pubblico. In sei minuti un ragazzo di Duluth ha fatto salire su un treno il rock, la letteratura e la cronaca, senza chiedere permesso. È un racconto in seconda persona che ti osserva e ti spoglia, una domanda che non smette di lavorarti dentro, come certe verità che preferiresti non sentire.

Ascoltarla oggi, come se fosse la prima volta

Qui non servono rituali complicati: servono tre gesti precisi. Scegli un paio di cuffie decenti, alza il volume quanto basta a sentire il respiro tra i battiti, e ascoltala dall’inizio alla fine, senza saltare. Lascia che il rullante apra la porta, segui l’organo come un filo di lana, e non avere fretta: la magia arriva quando smetti di volerla forzare.

Sbagliamo tutti nello stesso modo: la mettiamo di sottofondo, distratti dal telefono, e perdiamo le sfumature che la tengono viva. Diciamoci la verità: nessuno lo fa davvero ogni giorno. Allora prova una cosa semplice: spegni gli schermi per sei minuti e mezzo, chiudi gli occhi al ritornello, riaprili solo all’ultima nota. Noterai dettagli nuovi, come il graffio della voce che inciampa e riparte, l’elettricità delle chitarre che saltella tra i canali, il pubblico invisibile che ti guarda dalla stanza accanto.

La frase che mi ripeto è questa:

“Non è nostalgia: è presente che non smette di invecchiare.”

E per non perderti i nervi vivi del brano, tieni a portata questa mini-lista:

  • Il colpo di rullante iniziale: una dichiarazione.
  • L’organo di Al Kooper: nasce da un errore, diventa firma.
  • La chitarra di Mike Bloomfield: taglia e cuce senza chiedere scusa.
  • La voce che punge: non consola, provoca.
  • La coda lunga: quando finisce, resta.

Un classico che ci riguarda ancora

Ogni epoca sceglie i suoi eroi, poi li rimette in discussione. “Like a Rolling Stone” resiste perché non è un santino, ma un faro intermittente: a volte illumina, a volte abbaglia. In quell’energia c’è il cuore degli **anni Sessanta**, con le sue rivoluzioni e le sue stonature, ma c’è anche il nostro bisogno di parole che non abbiano paura di sporcare le mani. Forse è per questo che, quando parte, in molti tiriamo un mezzo sorriso: capiamo che non saremo spettatori passivi. E non è poco.

Punto chiave Dettaglio Interesse per il lettore
La scelta “Like a Rolling Stone” è il **capolavoro senza tempo** degli anni Sessanta Capire perché un brano resta vivo a distanza di decenni
Il metodo Ascolto integrale, volume giusto, attenzione ai micro-dettagli Riscoprire il pezzo come se fosse nuovo
L’impatto Ponte tra folk e rock elettrico, voce che morde, organo iconico Leggere la canzone come storia culturale, non solo musica

FAQ :

  • Chi ha “scelto” la migliore canzone degli anni Sessanta?La convergenza viene da classifiche storiche, critici e pubblico, con “Like a Rolling Stone” spesso in vetta.
  • Perché non una canzone dei Beatles?I Beatles hanno decine di capolavori, ma qui ha pesato l’effetto dirompente del brano di Dylan sul linguaggio del rock.
  • Cos’ha di speciale l’organo nel pezzo?La parte fu improvvisata da Al Kooper e ha dato al brano un timbro emotivo immediatamente riconoscibile.
  • Quanto dura e perché fu rivoluzionaria per le radio?Circa sei minuti e mezzo: durata insolita che ha scardinato gli standard dei passaggi radiofonici.
  • Come inserirla in una playlist di oggi?Apri con questo brano, poi alterna scoperte e classici: da Aretha a The Byrds, da Otis Redding a The Velvet Underground.

2 commenti su “È stata scelta la migliore canzone degli anni Sessanta, un capolavoro senza tempo”

  1. Davvero la migliore? “A Day in the Life” o “God Only Knows” non spostano forse più in là l’asticella? Curioso di leggere i criteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto