Un gruppo di colleghi chiude i laptop con quel gesto lento e soddisfatto di chi ha già deciso che il venerdì sarà una parentesi vuota, non un giorno spostato più in là. Capita a tutti quel momento in cui ti chiedi come hai fatto a vivere senza. Il venerdì diventa tempo per fare un esame, portare un figlio in bici, finire un progetto personale, dormire un’ora in più, e poi tornare al lunedì con la testa più pulita. Gli sguardi si incrociano in ascensore e dicono la stessa cosa, senza dirla. Qualcosa, in Italia, sta davvero cambiando. Una domanda resta.
Settimana corta in Italia: chi l’ha adottata e cosa sta succedendo
L’onda lunga della settimana corta è arrivata anche qui, dove si pensava che banche e manifattura non avrebbero mai osato toccare il totem dei cinque giorni. Intesa Sanpaolo ha avviato su base volontaria il modello a 4 giorni con orari compressi in vari uffici e filiali, mentre gruppi industriali come Lamborghini e realtà del design hanno scelto il “venerdì corto” per reparti non a ciclo continuo, e grandi brand del retail e del lusso hanno testato finestre stagionali di 4 giorni in sedi centrali. Non è un annuncio vago: migliaia di dipendenti coinvolti, accordi sindacali firmati, strumenti per misurare gli impatti messi a terra. La domanda non è più “se”, ma “come”.
Prendiamo una storia concreta. Giulia, 34 anni, lavora in una filiale di una grande banca a Torino e ha scelto la settimana su quattro giorni con turni allungati e un venerdì libero ogni due, organizzati a rotazione per coprire gli sportelli. Dice che l’energia al banco è diversa, la coda scorre più fluida, gli appuntamenti sono più puntuali, il sabato non è più un cerotto. Nelle prime rilevazioni interne che abbiamo visto citate in rassegna stampa, la produttività oraria non arretra e l’assenteismo scende, mentre la soddisfazione dei clienti tiene. **La produttività non è crollata.** L’azienda si aspetta effetti ancora migliori quando i team avranno rodato i calendari.
C’è una logica che spiega perché il modello non esplode in faccia alle aziende, se progettato bene. La settimana corta si regge su tre pilastri: output al centro e non le ore, turni di copertura calibrati sugli orari di punta, igiene del tempo (meno riunioni, più finestre deep work). In banca questo significa spostare parte della domanda verso l’app, nelle fabbriche redistribuire i turni sulle 24 ore con un giorno in più di rotazione, negli uffici eliminare meeting-intrusi che mangiano mezza mattina. I numeri del Regno Unito lo suggeriscono da tempo: nel trial di 4 Day Week Global il 92% delle aziende ha confermato il modello e i ricavi medi sono saliti leggermente. In Italia si parte, osservando e aggiustando.
Come si disegna una settimana di 4 giorni che non bruci le persone
La mossa chiave è partire dai processi, non dal calendario: mappare le attività ripetitive, bloccare fasce orarie senza riunioni, stabilire KPI chiari per output e qualità, poi distribuire i 4 giorni con rotazioni che garantiscano servizi e produzione. Nei white collar funziona la regola “due giorni di focus senza meeting, due giorni di coordinamento”, nelle filiali si incastrano i venerdì liberi a scacchiera, in produzione si lavora su turni più brevi ma più densi. Un trucco semplice fa la differenza: mettere per iscritto il “patto del venerdì” (niente urgenze finte, pochissime eccezioni), e assegnare a ogni team un guardiano del carico per evitare che il quarto giorno diventi un Tetris tossico.
Gli errori ricorrenti? Allungare giornate a 10-11 ore senza cambiare nulla del modo di lavorare, trasformando il giovedì in una maratona senza acqua. Oppure trattare il venerdì come un premio, non come un asset organizzativo, e lasciare che chat e call lo rosicchino a colpi di “solo cinque minuti”. Diciamolo: nessuno spegne davvero le notifiche ogni singolo venerdì. Si può imparare però a proteggere il tempo con routine condivise: recap il giovedì alle 16, backlog pulito, ticket chiusi o chiaramente delegati, e un numero unico per le vere emergenze. Il resto, lunedì.
Le persone lo sentono sulla pelle: meno frammentazione, più concentrazione, stanchezza più “onesta”. È strano quanto sembri ovvio solo dopo averlo provato.
“Il punto non è lavorare meno, è lavorare meglio quando sei davvero al lavoro, e poi avere un giorno in cui il cervello smette di frullare,” racconta un HR manager di una grande banca italiana che ha avviato la settimana corta su base volontaria.
- Metriche da guardare: produttività oraria, qualità del servizio, assenze, straordinari, richieste clienti fuori orario.
- Rischi da evitare: compressione eccessiva dei turni, eccezioni che diventano regola, riunioni che si spostano e si moltiplicano.
- Abitudini utili: “no meeting day” stabile, handover il giovedì, dashboard visibili al team, formazione su come dire no.
I risultati sulla produttività: cosa mostrano i primi dati e cosa potrebbe accadere
In questi mesi, le aziende che hanno provato la settimana corta in Italia stanno raccogliendo dati che parlano di stabilità con venature positive: output invariato o in lieve crescita, più puntualità sulle consegne, meno assenze, migliore clima nei team. Lo si vede nei racconti dei capi area che registrano meno “urgenze di rimbalzo” e in alcuni indicatori duri, come la riduzione del backlog e l’abbattimento dei tempi di ciclo su pratiche standard. **Anzi, in alcuni casi è migliorata.** I clienti non si accorgono del venerdì libero perché la copertura ruota, e l’azienda incassa il dividendo nascosto dell’attenzione: due ore senza riunioni rendono più di tre con la chat che vibra. È una lentezza progettata che accelera.
| Punto chiave | Dettaglio | Interesse per il lettore |
|---|---|---|
| Chi ha iniziato | Intesa Sanpaolo su base volontaria, “venerdì corto” in gruppi industriali e in HQ di grandi brand | Capire se il proprio settore è già in movimento |
| Effetti osservati | Produttività oraria stabile o in lieve crescita, meno assenze, migliore clima di team | Valutare benefici concreti e rischi reali |
| Come farla funzionare | Output al centro, turni a rotazione, no meeting day, una regola chiara per le emergenze | Portare il modello nel proprio team senza bruciarsi |
FAQ :
- La settimana corta significa lavorare meno ore?Nelle grandi aziende italiane si parla quasi sempre di orari compressi su 4 giorni o di “venerdì corto”, non di riduzione secca di ore: il focus è sui risultati e sulla rimozione degli sprechi.
- Come si copre il servizio clienti se il venerdì non si lavora?Con rotazioni: una parte del team è di turno mentre altri riposano, e gli strumenti digitali assorbono le richieste non urgenti.
- La produttività cala con 4 giorni?I primi riscontri segnalano tenuta o lieve crescita della produttività oraria, se si riducono riunioni e interruzioni e si pianificano i picchi.
- È sostenibile in fabbrica?Funziona se i turni sono ripensati e non solo allungati, con più attenzione a sicurezza, micro-pause e carichi realistici.
- Come evitare che il venerdì diventi lavoro mascherato?Serve un patto esplicito: poche eccezioni, numeri unici per le vere urgenze, recap il giovedì e backlog “pulito”.










Bello vedere dati concreti: output stabile/in lieve crescita, meno assenze, clima migliore. Intesa Sanpaolo e persino la manifattura che sperimenta il venerdì corto: non me l’aspettavo. Mi piace l’idea del “no meeting day” e dei KPI per output. Ora la sfida è mantenerlo nel tempo.