Resistenza agli antibiotici, l’allarme dei medici italiani: “Siamo i primi in Europa per decessi”

Resistenza agli antibiotici, l'allarme dei medici italiani: "Siamo i primi in Europa per decessi"

Una pneumologa, la mascherina scesa sul mento, sfoglia l’ennesimo antibiogramma e sospira: “Questa volta non risponde a nulla”. Accanto, il figlio di un uomo di 68 anni cerca con gli occhi una via d’uscita, come se ne esistessero ancora. Il monitor suona piano, quasi educato, mentre l’infezione corre più veloce delle parole. Mi fermo a contare i letti, le flebo, i camici che vanno e vengono come onde. Gli sguardi sono precisi, le mani si muovono come se sapessero già tutto. *In quel corridoio stretto ho capito che i numeri non sono numeri, sono famiglie.* Le cartelle cliniche parlano di batteri che hanno imparato a difendersi meglio di noi. E i medici lo dicono senza giri di parole: “Siamo i primi in Europa per decessi da resistenza agli antibiotici”. Numeri che graffiano.

Perché l’allarme suona adesso

La resistenza agli antibiotici non è una minaccia lontana, è una porta che sbatte in faccia ogni giorno in ospedale e negli ambulatori. In Italia i clinici lanciano l’allarme: gli studi europei stimano oltre diecimila decessi l’anno attribuibili a infezioni resistenti, e il nostro Paese guida questa classifica che nessuno vuole guidare. Chi lavora nei reparti di terapia intensiva lo ripete a bassa voce: il paziente fragile, l’infezione opportunista, l’arma spuntata.

La storia che torna uguale cambia solo nome e città. Una donna rientra a casa dalla riabilitazione, febbre e dolori, poi la diagnosi: Klebsiella resistente a più linee di terapia, i giorni si stringono come un abito troppo stretto. L’ECDC stima decine di migliaia di morti l’anno nell’UE per batteri multiresistenti, con l’Italia tra i maggiori contributori: MRSA in calo, ma gram-negativi aggressivi in ascesa, come Acinetobacter o Enterobacteriaceae produttrici di ESBL.

Perché accade? L’uso disinvolto degli antibiotici fuori tempo e fuori bersaglio ha coltivato generazioni di batteri temprati: terapia iniziata per un raffreddore virale, interrotta a metà per “mi sento meglio”, compressa prestata al parente con tosse. In corsia pesano anche igiene a singhiozzo, sovraffollamento, picchi invernali di prescrizioni, e in alcune aree la coda lunga del Covid ha lasciato reparti più vulnerabili. Il risultato è un ecosistema che premia chi resiste, non chi guarisce.

Cosa funziona davvero, dal medico di famiglia alla cucina

Agire vuol dire cambiare piccoli gesti con metodo. Nei disturbi respiratori banali la “ricetta differita” funziona: visita oggi, ricontrollo tra 48 ore, antibiotico solo se febbre, placche, punteggi clinici o test rapidi lo meritano. Quando serve una terapia, chiedere di partire stretto e mirato, non a pioggia: streptococco? beta-lattamico semplice; vie urinarie? cultura e antibiogramma prima del cambio, se il quadro lo consente. Ogni compressa con un motivo, non per scaramanzia.

Gli errori più frequenti sono figli di buona fede e fretta: scorte di antibiotici in bagno “per non restare senza”, dosi saltate, terapia interrotta perché i sintomi calano. C’è quel momento che abbiamo vissuto tutti, quando una febbre di un bimbo ti spaventa e vorresti solo un rimedio rapido. Diciamoci la verità: nessuno lo fa davvero ogni giorno. Ma scegliere il tempo giusto e la molecola giusta non è pignoleria, è la differenza tra curare oggi e poter curare domani.

Una specialista di malattie infettive me l’ha detto guardandomi fisso, mentre fuori pioveva sui trolley degli studenti:

“Gli antibiotici non sono caramelle. Sono un patrimonio comune: se lo spendiamo male, domani non avremo resto.”

Per chi si chiede “da dove parto?” ecco un promemoria pratico che sta in tasca:

  • Lavare le mani spesso, venti secondi veri.
  • Vaccinarsi contro influenza e pneumococco se si è eleggibili.
  • Chiedere al medico se esiste un antibiotico più mirato e per quanti giorni esatti.
  • Non usare avanzI o farmaci di altri, mai.
  • Completare la terapia anche se si sta meglio.

Una domanda scomoda per un Paese che ama curarsi

L’Italia cura, coccola, prescrive: fa parte della nostra cultura della vicinanza. Eppure i medici lo ripetono: **gli antibiotici non curano i virus**, non accorciano un raffreddore, non rendono più “forte” un corpo sano. Siamo il Paese delle nonne sagge e delle farmacie sotto casa, possiamo diventare anche il Paese che riconosce il momento di aspettare, di chiedere un tampone, di dire “oggi no”. Una comunità si misura anche da come protegge le sue armi migliori.

In corsia la resistenza non è un titolo, è una stanza in isolamento, un infermiere che cambia i guanti, un chirurgo che rinvia un impianto perché il rischio è alto. **Italia prima in Europa per mortalità da AMR** non è una condanna scolpita, è una fotografia che si può cambiare più in fretta di quanto pensiamo: stewardship nei reparti, audit nelle RSA, dati trasparenti, pazienti parte della squadra. **Lavarsi le mani salva vite**: sembra poco, pesa tantissimo.

E allora la domanda scomoda è questa: quanto siamo disposti a cambiare le nostre abitudini per ridare potere agli antibiotici? Nessuna crociata, nessuna colpa da lanciare addosso a qualcuno. Scelte piccole, ripetute, condivise, dal bancone del medico di famiglia alla mensa scolastica, dai direttori sanitari ai sindaci. L’innovazione arriverà con nuove molecole e diagnostica rapida, ma la trincea è già qui, sotto casa. Se l’abbiamo capito, la prossima cartella clinica avrà una storia diversa. E sarà una storia che val la pena raccontare anche a cena.

Punto chiave Dettaglio Interesse per il lettore
Perché l’Italia è in testa ai decessi Uso improprio, ospedali sotto pressione, batteri gram-negativi resistenti in crescita Capire le cause per riconoscere i segnali nella propria vita
Cosa fare oggi Ricetta differita, terapia mirata, igiene delle mani, vaccini mirati Azioni semplici che riducono il rischio personale e familiare
Cosa chiedere al medico Se servono test rapidi, quale molecola più stretta, durata esatta della cura Partecipare alla decisione per evitare sovratrattamenti

FAQ :

  • L’antibiotico aiuta per influenza e raffreddore?No: influenza e raffreddore sono virali, l’antibiotico non abbreviA i sintomi e aumenta il rischio di resistenze.
  • Come capisco se serve davvero?Valgono febbre persistente, dolore localizzato, esami o test rapidi positivi; il medico valuta con criteri clinici e, se possibile, con un tampone o un’urinocoltura.
  • Posso interrompere la terapia quando sto meglio?Meglio di no: interrompere presto seleziona i batteri più duri, con rischio di recidiva e resistenza.
  • È pericoloso usare l’antibiotico avanzato dell’anno scorso?Sì: potrebbe non essere indicato per la tua infezione, essere scaduto o alla dose sbagliata; usa solo quanto prescritto per te.
  • La resistenza riguarda solo gli ospedali?No: nasce e cresce anche in comunità e nelle RSA; scelte quotidiane, igiene e vaccini aiutano a spezzare la catena.

1 commento su “Resistenza agli antibiotici, l’allarme dei medici italiani: “Siamo i primi in Europa per decessi””

  1. Article coup de poing. On parle enfin de la résistence en Italie sans détour. L’usage “à la pluie” d’antibiotiques, l’hygiène à trous, les gram‑négatifs en hausse… Mais quelles mesures concrètes dès demain? Stewardship obligatoire en hopital, audits en RSA, prescriptions différées généralisées?

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